Lo scenario ricostruito dallo studio è caratterizzato da una forte eterogeneità. Società benefit, imprese sociali, sociétés à mission e altri modelli orientati alla generazione di un impatto positivo si sono, infatti, sviluppati secondo tradizioni normative e criteri di riconoscimento diversi nei singoli Stati membri. A livello europeo manca ancora una cornice comune che permetta di ricondurre queste esperienze a parametri condivisi e ne agevoli la comparabilità nel mercato unico.
Lo studio interviene proprio su questa frammentazione utilizzando l’espressione impact-driven businesses come categoria analitica, oggi priva di un autonomo riconoscimento giuridico europeo. La nozione comprende le imprese che perseguono intenzionalmente risultati sociali o ambientali attraverso la propria attività commerciale. Tali finalità devono riflettersi nel modello di business e negli assetti di governance e accountability, insieme ad elementi che ne attestino l’effettiva integrazione nella creazione di valore. L’impatto viene così ricondotto alla struttura dell’impresa, distinguendolo da iniziative collaterali di responsabilità sociale.
Il perimetro comprende imprese sociali e cooperative, accanto alle società benefit e ad altre imprese orientate verso una specifica missione sociale o ambientale. Proprio questa ampiezza rende particolarmente importante la distinzione con l’economia sociale. I due perimetri possono sovrapporsi, senza coincidere: la Raccomandazione del Consiglio del 27 novembre 2023 ricomprende nell’economia sociale cooperative, mutue, associazioni, fondazioni e imprese sociali, mentre la categoria esaminata da DG GROW può includere anche società for profit che incorporano obiettivi sociali o ambientali senza rispondere all’insieme dei principi propri dell’economia sociale.
La distinzione assume una valenza specifica nel modello cooperativo. Il rapporto ricorda che le forme tradizionali dell’economia sociale europea hanno storicamente incorporato la finalità sociale nelle strutture di governance: nelle cooperative la produzione di valore sociale può essere legata alla configurazione stessa dell’impresa, ai rapporti con i soci e alle regole che ne governano il funzionamento. L’elaborazione di eventuali criteri europei dovrà, pertanto, confrontarsi con questa pluralità di modelli, affinché il riconoscimento dell’impatto sappia considerare anche le caratteristiche organizzative attraverso le quali determinate finalità vengono stabilmente incorporate nell’attività economica.
La questione supera il piano delle definizioni, assumendo una concreta dimensione di mercato unico. La diversità dei sistemi nazionali può ostacolare il riconoscimento transfrontaliero di questi modelli e incidere sull’accesso alla finanza e agli appalti pubblici. Regolamentazione frammentata, accesso ai finanziamenti e pratiche di public procurement figurano, di fatto, tra le principali criticità rilevate dall’indagine.
Tra le possibili risposte viene prefigurata innanzitutto la costruzione di un riferimento europeo comune e non vincolante per le impact-driven businesses, accompagnato da una piattaforma di confronto tra Stati membri e portatori di interesse. Una definizione comune ha raccolto il sostegno del 76% dei 242 partecipanti alla consultazione realizzata per lo studio. In una fase successiva, potrebbe essere valutato anche uno status o marchio europeo volontario, ipotesi sostenuta dal 66% degli intervistati.
Le prospettive indicate riguardano inoltre appalti pubblici e accesso alla finanza. Il rapporto suggerisce di rafforzare gli orientamenti sull’impiego del public procurement a favore delle imprese orientate all’impatto e di verificare se gli strumenti finanziari disponibili ne riconoscano adeguatamente caratteristiche ed esigenze. Il tema si collega alla revisione europea degli appalti pubblici e al sempre maggior rilievo attribuito alla qualità e agli obiettivi sociali nella domanda pubblica. Di conseguenza, per le cooperative diventa importante che finalità mutualistica e specificità della governance possano trovare adeguato riconoscimento anche nell’applicazione di questi strumenti.
Un ulteriore collegamento riguarda il futuro 28° regime europeo – EU Inc.. Secondo lo studio, il nuovo quadro opzionale di diritto societario potrebbe, qualora adottato, offrire uno spazio per sviluppare alcuni elementi dell’agenda sulle imprese orientate all’impatto, senza costituire una condizione necessaria per la costruzione di un riferimento europeo comune.
L’evoluzione del confronto sarà significativa soprattutto sotto il profilo del rapporto tra impact-driven businesses ed economia sociale. La potenziale definizione di criteri comuni potrà riflettersi sul riconoscimento delle diverse forme d’impresa, sull’accesso alla finanza e sulla partecipazione al mercato pubblico. Per il movimento cooperativo, il punto sarà preservare e rendere riconoscibili quelle caratteristiche, dalla finalità mutualistica alla partecipazione dei soci alla governance, attraverso le quali dimensione economica e finalità sociale risultano già strutturalmente connesse.